December 9, 2020

Tempo di lettura: 2 min.

Il 7 dicembre è morta Lidia Brisca, in Menapace. Classe 1924. Dopo l’8 settembre, all’età di vent’anni scelse la via dei monti, come si diceva allora, diventando partigiana con il nome di battaglia “Bruna”: nome di battaglia si fa per dire, perché lei, profondamente antimilitarista, ricordava sempre di non aver mai toccato le armi.

“Vengo alla fine ‘congedata’ col brevetto di ‘partigiano combattente’ (ovviamente al maschile) e col grado di sottotenente e divento furiosamente antimilitarista“. E anche femminista. Infatti, nonostante Togliatti avesse chiesto alle donne di non partecipare alla sfilata della Liberazione a Milano “perché il popolo non avrebbe capito”, lei quella sfilata la fece comunque. Si laureò in letteratura italiana, fu femminista militante e fondatrice de Il Manifesto, docente all’Università Cattolica, senatrice. Scendeva e saliva dai treni, con il suo zainetto in spalla, per raccontare soprattutto ai giovani la Resistenza, la sua giovinezza sotto i bombardamenti, le fughe in bicicletta, la paura di incontrare lungo la strada i nazifascisti, i messaggi in codice imparati a memoria, i libri studiati a lume di candela durante il coprifuoco. Per i suoi 90 anni spiegava così la sua formazione di donna libera: “Mia madre insegnò a noi due figlie un suo codice etico. Ci diceva: “Siate indipendenti economicamente e poi fate quello che volete, il marito lo tenete o lo mollate o ve ne trovate un altro. L’importante è che non dobbiate chiedergli i soldi per le calze”. E’morta quindi una splendida donna, esempio di intelligenza e di coerenza per tante donne.

E’ come se il valore della Resistenza appreso anche con paura e coraggio durante la lotta partigiana, l’avesse poi guidata lungo il corso della sua lunga vita. E’ stata ricordata ieri da tutte le autorità, dai maggiori intellettuali, dall’ANPI… ma non ci saranno fiumi di persone, murales, altarini o manifestazioni a ricordarne la memoria. Certo aveva 96 anni, un’età dove morire non è più considerato una tragedia, ma la conclusione inevitabile della vita. Certo era una donna italiana, non conosciuta al di fuori dei confini (e chissà quanto conosciuta nella sua patria).

Ma mi sono chiesta: perché Maradona ha suscitato quello che ha suscitato, mentre una donna di una simile caratura no?

Aggiungiamo che il calcio è il calcio e che gli italiani venerano questo sport più del loro dio. Ma cos’ha avuto Maradona, per cui dopo una settimana dalla sua morte, non cessano i pellegrinaggi né a Napoli, né in Argentina? Ho letto tantissimo, in questi giorni. E ho capito che Maradona è stato soprattutto un incoerente, assecondando le proprie fragilità umane, alla ricerca, forse, di una sua coerenza che non ha mai trovato. E per questo vicino a noi umani, forse più di tanti esempi di coerenza ai quali è quasi impossibile arrivare. Ma nello stesso tempo geniali, come può essere geniale riuscire a far passare come uno dei gol più belli di sempre un gol di mano. Daria Bignardi, su Vanity Fair lo definisce un artista, che “spesso paga con anni di vita perduta o di malessere la sensibilità e l’ossessione che ha saputo trasformare in creatività”. Sorrentino su Repubblica: “Eravamo tutti uguali. Eravamo tutti Napoleone. Piccoli e imprevedibili come l’imperatore Maradona, liberi e irresponsabili, disinvolti e sorridenti”.

Lidia ha concluso una vita piena e coerente. Diego ha concluso una vita incoerente e irresponsabile. E allora, mi vien da pensare che le manifestazioni di questi giorni servano anche per colmare quel senso di rimorso collettivo, che si tributa a chi ha dato forse più di quanto abbia ricevuto. Così percossa, attonita la terra al nunzio sta, muta pensando all’ultima ora dell’uom fatale. Fatale perché dotato di fato, destino. Lidia ha scelto il suo destino. Forse Diego no.

Cindy

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