September 23, 2020

Tempo di lettura: 2 min.

L’Italia è il paese dei retropensieri. Dietro ad un pensiero, un’opinione, uno slogan, un referendum c’è sempre dell’altro che rimane nascosto, subdolo e che serpeggia velenosamente inquinando la serenità del voto. Per intenderci, ho votato la prima volta nel 1994, marzo 1994. Me lo ricordo con angoscia: le elezioni di Berlusconi, quelle stravinte da lui, dove se chiedevi in giro nessuno lo aveva votato, ma chissà come e perché era uscito vittorioso e diventava Presidente del Consiglio. L’angoscia di allora non era soltanto per la presenza inquietante di Berlusconi, ma perché nel segreto dell’urna mi ritrovai a non poter votare un rappresentante che mi rappresentasse (il gioco di parole è voluto!), ma il meno peggio tra i tre candidati. E da allora per 26 anni ho scelto o di disperdere il voto, scegliendo il MIO candidato, o di votare il meno peggio, disperdendo la MIA COSCIENZA. Ricordo delle elezioni comunali a Brescia: non riuscivo proprio a mettere la crocetta su chi avrei dovuto, ma non voluto, con mio padre che mi aspettava fuori dal seggio e che mi aveva fatto una “capa tanta” per farmi capire l’importanza di non disperdere il voto. Io chiusa dietro la tendina, con la matita che andava da una parte all’altra della scheda, il sudore che mi scendeva dalla fronte, nella mia testa la voce di mio padre: “Non si può sbagliare stavolta, vota..” e la mia voce ventenne idealista che cercava di opporsi al padre, al buon senso, al senso del dovere e del dovuto.

MI SI NOTA DI PIU’ SE VADO O SE NON VADO A VOTARE?

Non dirò come andò quella volta, ma volevo solo far capire con quanto impegno mi accingo ad andare a votare e quanta sofferenza provo nel non poter mai votare come avrei voluto, proprio a causa di quelli che all’inizio chiamavo “retropensieri”.
Arriviamo al referendum. In questo caso la scelta mi sembrava linearissima: VUOI TU (non sposare, ma anche in quel caso la risposta è apparentemente e solo apparentemente lineare) DIMINUIRE IL NUMERO DEI PARLAMENTARI? SI, perché ritengo che in questo modo si possa risparmiare. NO, perché il numero maggiore garantisce più democrazia (e anche perché nel numero più grande c’è maggior speranza di tirar fuori qualche brava persona). Sembrava tutto super chiaro. I partiti cominciano a schierarsi. Partono i dibattiti e subdolamente comincia a farsi avanti il solito retropensiero: il SI è portato avanti come una bandiera da uno dei partiti che in questo momento si trova al governo. Quindi votare SI significa appoggiare il governo. Votare NO potrebbe essere letto come una sfiducia nei confronti del governo tanto forte da portare alla caduta dello stesso.
CA…PPERI! Avevo le idee chiarissime a ‘sto giro. Avevo letto, mi ero informata ed ero pure andata ad uno dei pochi dibattiti in presenza tenuti nella mia città e mi ritrovo domenica mattina nell’ansia più totale: vado o non vado a votare? Perché se vado esprimo la mia idea, ma se esprimere la mia idea porta a quella conseguenza, allora forse è meglio non andare. I partiti stessi sono stati volutamente ambigui, per condannare o saltare sul carro del vincitore del referendum. E questa è l’Italia. Alla fine sono andata a votare. Non dirò cosa, ma dirò che il referendum è stato vinto dal SI. E’ stato comunque bello vedere che il 54 per cento degli italiani abbia sfidato la paura del Covid e abbia deciso di recarsi alle urne. Non so con quale umore siano andati, ma io di nuovo ho votato sperando in una piccola parte di me che la vittoria andasse alla posizione non votata da me.

Non per la posizione, ma per il retropensiero!

Cindy

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