March 7, 2022

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Il 2 giugno del 1946 in Italia si votò per il referendum istituzionale tra Monarchia o Repubblica e per eleggere l’Assemblea costituente. Le donne votavano e potevano essere votate (non cronologicamente per la prima volta, poiché in alcuni comuni le donne votarono già a marzo, ma certamente sono le prime elezioni politiche a suffragio universale). Su un totale di 556 deputati, vennero elette 21 donne, 5 delle quali entrarono nella Commissione dei 75: Maria Federici, Angela Gotelli, Tina Merlin, Teresa Noce e Nilde Jotti. Il compito di questa commissione era quello di scrivere la Carta costituzionale da proporre all’Assemblea costituente che avrebbe dovuto poi votarla.

E’ evidente che le proporzioni tra le madri costituenti e i padri costituenti sono al limite dell’infimo: circa il 3 per cento dell’intero parlamento e il 6 per cento dell’intera commissione dei 75. Per onestà, diciamoci anche che per vedere aumentata la presenza delle donne negli organismi di potere è stata creata la quota rosa: le donne stanno in parlamento oggi non per merito, ma per legge. Ma questo è un altro capitolo. Ritorniamo alle 5 donne che insieme a 70 uomini si sono trovate per mesi a scrivere la carta costituzionale. Giunti a discutere dell’atteggiamento dell’Italia nei confronti della guerra, i costituenti volevano esprimere fortemente il rifiuto nei confronti di questo abominevole strumento di morte. Si discusse a lungo su quale verbo potesse esprimere al meglio tale rifiuto: inizialmente i membri della Commissione scelsero il verbo rinunciare, quindi l’articolo 11 recitava “L’Italia rinuncia alla guerra”. Le donne che di rinunce sapevano più degli uomini, abituate da sempre a rinunciare ai propri desideri per seguire il destino che altri avevano per loro disegnato, si opposero alla scelta di quel verbo. La rinuncia richiama un atteggiamento passivo. Il pensiero delle donne sarà stato: “Cari compagni di commissione, sono anni che rinunciamo a qualunque cosa per essere mogli e madri. Rinunciamo non perché non siamo in grado di fare delle cose o di desiderarle, ma perché da sempre ce lo avete impedito, propinandoci la storiella dell’angelo del focolare. Rinunciare implica anche un pezzo di rimpianto: rinuncio ad iscrivermi all’università come avrei voluto, per diventare una moglie. Sapete quanti e quanti rimpianti abbiamo noi donne per tutte le rinunce che ci avete fatto fare? La guerra è altro. Non si rinuncia alla guerra! La guerra è una delle poche cose che fate solo voi uomini e che sicuramente non abbiamo mai rimpianto, anzi..Lasciate lavorare noi su questo verbo..”

All’improvviso l’intuizione: RIPUDIARE. Un verbo orrendo. Utilizzato molte volte nei confronti di mogli che venivano ripudiate dai mariti: non lasciate, abbandonate, ma RIPUDIATE. Nel ripudio c’è non solo l’allontanamento da sé, ma anche una sorta di disprezzo nei confronti di chi viene ripudiata. E allora quale miglior verbo, utilizzato spesso contro le donne? Un verbo che racchiude disprezzo e odio, finalmente usato per qualcosa che veramente è da ripudiare.

Grazie allora a Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela M. Guidi Cingolani, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angela Minella, Rina Montagnana Togliatti, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce Longo, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, M. Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.

Cindy

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