November 4, 2020

Tempo di lettura: 2 min.

C’era una volta una famiglia di quattro persone che viveva in una casetta di pietra al linitare di un bosco.

Era una famiglia di contadini piuttosto povera, che viveva del solo lavoro della terra. I bambini aiutavano come potevano. La bambina compì sei anni e venne il momento di andare a scuola. Ma la scuola in questo villaggio sperduto tra i monti non c’era. Per andare a scuola bisognava spostarsi nel paese più vicino, a circa quattro chilometri di distanza. Senza mezzi (altro che scuolabus o piedibus!!). La mamma non voleva mandare a scuola la bambina in un posto così lontano, ma il fratellino che aveva quattro anni si rese disponibile ad accompagnare la sorellina tutti i giorni a scuola (un po’per altruismo probabilmente, un po’ per sfuggire alla noia perché sarà stato pure tutto bello e bucolico, ma gioca con il gatto oggi, raccogli le erbacce domani, arigioca con il gatto oggi, vai nell’orto domani, ‘sto bambino si sarà pure annoiato e avrà colto la palla al balzo!)

Ogni giorno il viaggio di andata si trasformava in una nuova avventura o così è rimasta nella memoria di chi mi ha raccontato questa storia: alberi caduti che diventavano ostacoli insormontabili da solcare, ruscelli che con le piogge primaverili e autunnali si riempivano d’acqua e diventavano fiumi da guadare, animaletti del bosco che diventavano mostri da sconfiggere. E poi la scuola: un mondo di scoperte e di magie come la scrittura, vista per la prima volta da questi bambini. I libri pieni di immagini e di colori. La matematica che sembrava far quadrare tutto in un ordine perfetto. I bambini erano estasiati. Il bimbo di quattro anni imparò a leggere e a scrivere prima della sorella. Il viaggio di ritorno a casa era meno esaltante di quello del mattino, perché la stanchezza e soprattutto il buio che d’autunno arrivava presto, rendevano tutto più lungo e noioso. Così la bambina ogni tanto si fermava e il fratellino la incitava ad andare avanti perché non voleva che i genitori si preoccupassero. Ogni tanto mi metto nei panni di quella mamma che aveva mandato all’alba i propri figli attraverso un bosco e che poi li aspettava al tramonto, senza telefoni, né cellulari. Mah?! Forse l’ansia non esisteva o si era più fatalisti o fiduciosi.

I due fratellini crebbero. Il bambino, avendo anche cominciato prestissimo l’apprendimento, maturò buone doti scolastiche che gli permisero di proseguire gli studi fino al diploma. La bambina, meno brava e a suo dire meno dotata, ma ahimè temo soprattutto femmina, non potè studiare oltre la quinta elementare. Del resto i genitori erano poveri e non si potevano permettere di mantenere due figli a scuola.

I due sono cresciuti, si sono sposati, hanno avuto dei figli, sono vissuti in città diverse, ma si sono sempre amati. Il fratellino non parlava mai della loro infanzia, mentre la sorellina sì. Un mondo distante solo sessanta anni, che però sembra di un’epoca lontanissima.

E niente. Non c’è una morale.

Alessandro Barbero, mercoledì scorso a L’assedio diceva che questa pandemia di diverso dalle altre pandemie ha solo il fatto che ha invaso ogni aspetto della vita privata e pubblica: non solo perché i decreti condizionano pesantemente la nostra esistenza, ma anche perché tutti si sentono in dovere di esprimere la propria opinione e non si parla di altro. Pan in tutti i sensi.

Questa pandemia ha portato via proprio la bambina protagonista del racconto. E allora cerchiamo ogni giorno di compiere un gesto coraggioso come i due bambini del racconto, che affrontavano un viaggio avventuroso per andare a scuola: potrebbe essere spegnere la televisione, parlare dell’ultimo libro di Barbero (a presto la recensione), andare a passeggiare nel bosco per ammirare i colori autunnali, provare a non pensare per almeno due ore di seguito alla pandemia, scrivere la storia di due bambini che non ci sono più…

Cindy

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