May 4, 2022

Categoria: Recensioni

Tempo di lettura: 3 min.

Ho deciso di recensire questo libro mentre mi facevo gli affari Instagram altrui e ho visto che spuntava di palo in post con recensioni ottime. Il titolo non mi piace per niente, ma sono una che tende a fidarsi. Quando poi ho letto che Re Stephen parla di Michael Robotham come un “maestro”, sono corsa a prendermelo. E sapete che vi dico? Cazzo, che bello. Se pensate di esservi liberate dei miei soliti tre minuti di recensione, vi sbagliate! BUAAHAHAHAAAAAA!

Ecco a voi la recensione del libro Brava ragazza, cattiva ragazza di, come diceva Stephen, maestro Robotham, uno che lo leggi con le giuste vibrazioni se hai un marito che decide di farsi venire una colica renale e passi una notte in pronto soccorso subito dopo averlo acquistato.

TRAMA BUONA, TRAMA CATTIVA

Cyrus Haven fa lo psicologo e viene chiamato da un suo amico assistente sociale a cercare di far parlare una ragazzina, Evie, tenuta in un istituto per via di una tragedia vissuta alcuni anni prima. Quanti anni non si sa bene, come sia finita in mezzo alla tragedia non si sa bene, non si sanno bene tante cose, a parte che venne ritrovata da un’ausiliaria della polizia nascosta in una casa dove, da mesi, stava putrefacendosi il cadavere di un malvivente. L’ausiliaria, poi, sparisce dalla circolazione. Strano, eh? Cyrus ci prova, a far parlare la ragazzina, ma deve alternare questo compito a quello assegnatogli dalla polizia (con cui collabora): l’omicidio di una giovane pattinatrice, trovata in un parco.

FINE TRAMA BUONA, TRAMA CATTIVA

Che spettacolo. Che scrittura. Che personaggi. Adesso motivo, abbiate fede. Si dice che la regola aurea per trasformare un’opera in un capolavoro (o in tanta roba, adesso non esageriamo) sia dare a chi la vede o la legge un cattivo straordinario. Oppure, mi verrebbe da dire, continuare a instillare dubbi su chi sia davvero, questo cattivo, all’interno di una giostra di personaggi che girano su tre linee narrative diverse, pronte a intrecciarsi all’occorrenza. Qui abbiamo due personaggi traumatizzati e un personaggio cadavere. E si salta da una storia all’altra, scavando nel passato dei due personaggi vivi mentre si cerca di portare a galla i motivi della morte del terzo. Se il buongiorno si vede dal mattino, con le premesse di questo libro si finisce la giornata alla grande.

I due protagonisti talmente ben caratterizzati e farciti di dramma che non si riesce a staccarsene fino alla fine, non solo sperando che rivelino finalmente i dettagli di cos’hanno subito a noi, lettrici avide e morbose che vogliamo sapere ogni virgola dolorosa, ma addirittura come facciano a sopravvivere con quei macigni sulle spalle. E il plus spettacolare, a mio avviso, si trova nel loro moto perpetuo: non sono “bloccati” nel dolore, ma continuano a spingere in avanti, nel senso di marcia della vita. Uno fa addirittura lo psicologo, l’altra l’eterna rinchiusa che vuole una vita normale. Il rapporto tra loro corre su un binario molto particolare, che, behbehbeh, non posso rivelare, anche se vorrei parlarne con voi.

Ho apprezzato inoltre la grande “pulizia”: lo scavo psicologico si delinea dal racconto a “due teste” dei due protagonisti che, in prima persona, seguono la progressione temporale e spiegano cosa stanno facendo e vedendo senza retorica o giustificazioni. Stanno lavorando. Addirittura in un punto Cyrus mette la cosa in chiaro: a lui interessa sapere cosa muove il criminale, alla poliziotta Lenny invece «Me ne sbatto del perché (…) Dimmi cosa, dove, come e chi». E questo fa bene al ritmo del racconto e alla salute della lettrice compulsiva.

Dalla casa esce una donna. Ha i capelli rossi, il volto tirato e un telefono cellulare premuto all’orecchio. «Posso aiutarla?», grida, senza scendere dai gradini d’ingresso.

«No. Grazie».

«Allora fuori dalle palle!».

«Prego?».

«Non vogliamo tipi come lei da queste parti».

«E che tipo sarei?».

«Uno qualsiasi… un cacciatore di fantasmi, un sensitivo, un giallista o il solito psicopatico».

«Collaboro con la polizia», dico, tirando fuori il mio biglietto da visita.

Si avvicina lentamente, strizzando gli occhi per leggere. «Uno psicologo! Non è mica il primo». Ha ancora il cellulare all’orecchio. Parla con qualcuno. «Sì, uno di quelli… certo… Ciao, amore». Abbassa il telefono e snocciola una lista di risposte a domande che non ho posto. «Non può entrare. La stanza segreta non esiste più. Non ci sono fantasmi, presenze, rumori strani, nessun recinto nel giardino. E non sappiamo che fine ha fatto Faccia d’angelo».

Giulia

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