November 29, 2021

Categoria: Consigli utili

Tempo di lettura: 2 min.

E nella settimana in cui il governo decide di emanare la norma nota come super green pass, estendendo anche l’obbligo di vaccino ad alcune categorie lavorative, ecco comparire una nuova variante, quella Omicron. Non amo le morali, lo sapete. Però una cosa l’ho imparata da questi due anni di pandemia: non è possibile avere tutto sotto controllo mai, nel mondo come nella vita privata.

Da quando ero piccola, ho sempre adorato investire ogni aspetto della mia vita di quella razionalità rassicurante, concretizzata nelle agende. Avevo agende in cui mi scrivevo tutto ciò che dovevo fare nella giornata, con tanto di orari: dalle 14 alle 16 studio, dalle 16 alle 16 e trenta merenda, dalle 16 e trenta alle 17 cartone animato, dalle 17 alle 18 gioco, dalle 18 alle 19 pallavolo, dalle 19 alle 19:30 doccia e pigiama, dalle 19:30 alle 20 cena, dalle 20 alle 20:30 libro e infine nanna. Ovviamente queste agende si sono uniformate alla mia crescita: dalle scuole superiori fino all’università, dove avevo scritto “studio”, aggiungevo anche le pagine che avrei dovuto studiare in quella giornata. Arrivai ad un tale grado di supercontrollo con l’aggiunta degli orari previsti nei quali finire e gli orari reali nei quali finivo in modo da valutare il grado di difficoltà dell’argomento e eventualmente ripianificare le strategie di studio. Quando apro il mio libro di grammatica latina del ginnasio, alla fine di ogni capitolo trovo esemplari di queste strategie e sorrido, pur compiacendomi sempre un pochino delle mie grandi doti organizzative. Mi sembrava di avere sempre tutto sotto controllo, tanto che quando (perché succedeva ovviamente) arrivava l’imprevisto, andavo completamente in tilt: prima la paralisi, poi la rabbia verso cose e persone, poi la rabbia più profonda verso me stessa e infine lacrime amare.

Riconosco che non sono mai stata in grado di gestire la variante nella mia vita: una vita organizzata al minuto non prevedeva varianti. Così se la mattina perdevo l’autobus (sarà successo tre volte in cinque anni), cominciavo a correre all’impazzata, con il cuore in gola, con lo zainone sulle spalle, piangendo come una pazza, pensando a conseguenze catastrofiche una volta arrivata a scuola. E quella volta, rimasta mitica nelle leggende familiari, che il mio fidanzato mi venne a trovare facendomi una sorpresa, quasi lo cacciai, seccata perché mi aveva spezzato l’organizzazione di quel weekend (poi mi ha pure sposato vent’anni fa, quindi non è rimasto molto scosso dall’accaduto). Poi la vita mi ha posto davanti a tantissime varianti che hanno distolto il mio cammino dalla strada che mi ero prefissata: e la mia reazione è sempre stata di smarrimento, di non accettazione, di fastidio. Mia mamma cita un proverbio cinese, che secondo me si è inventata, che dice: quando hai fretta, fermati! Mi ha sempre infastidito con questo proverbio e con il suo proverbiale ritardo. Ma forse ha ragione: non riusciremo mai ad aver tutto sotto controllo, né personalmente, né globalmente.

E allora, forse vale la pena fermarsi. Programmare meno. Cogliere gli imprevisti come possibilità di scegliere strade diverse. Accettare che siamo umani.

Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non certezze… Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito.

(G.Leopardi, Infinito)

Cindy

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