May 18, 2020

Categoria: Recensioni

Tempo di lettura: 2 min.

Facile facile. Devo in questa sede recensire il libro “I miei primi quarant’anni” della siura Marina Ripa di Meana, biografia della sua vita, appunto, prima del 41esimo compleanno. Parliamo di Marina nata Punturieri, una donna famosa per i suoi eccessi e per il suo prezzemolaggio negli ambienti dell’Italia storica e politica, artistica e di spettacolo, che fece tremare non poche buon’anime alla notizia della pubblicazione della sua allegra vita vissuta in tali potentissimi ambienti. Lei racconta cose. Basta leggere giusto una manciata di frasi per comprendere l’agitazione delle suddette buon’anime, descritte con dovizia di particolari nei loro magnifici ruoli di amici dediti all’eccesso, compagni di adrenaliniche fughe in giro per il mondo e soprattutto amori dalla scappatella extra coniugale molto facile. Che bello. Leggevo le prodezze di tale donna, fuori come un balcone (o matta come un cavallo, come la descrisse la domestica del suo ultimo famoso marito), sconvolta da eccessi di sentimento, povera ma di pellicce vestita, perennemente in viaggio e in confidenze con le menti geniali del Novecento, mentre rischiavo la linea ingozzandomi di Gocciole al cioccolato in una domenica ad alto tasso casalingo. Siamo due anime affini, io e Marina. Sconvolte dal turbinio di una vita al limite.

Dicevo, recensire questo libro si prospetta come un compito molto facile, perché la scrittrice stessa spiega, in una schietta premessa, che “I miei primi quarant’anni hanno inaugurato un modo nuovo di raccontare la vita brillante e avventurosa di una ragazza come me, bella, ambiziosa e determinata, che usciva da una tranquilla famiglia borghese per lanciarsi alla conquista del mondo…”, mi verrebbe da dire “e il resto è storia”. Ma dovrò pur lavorare, no? E allora fatemelo recensire, questo benedetto libro.

Dunque. La Marina scriveva bene. Fluida. Diretta. Oserei dire leggermente bulimica, che il racconto scorre in un flusso ininterrotto stile vomito dovuto a una seccante indigestione di peperonata, e quando arrivi ai capitoli in cui racconta delle sue battaglie amorose, devi fermarti ogni 5 righe a riposare. O a introdurre carboidrati per avere le energie sufficienti a continuare la lettura (grazie, Gocciole al cioccolato). In questo, quindi, era molto brava: ti catapulta sulla giostra della sua gioventude e ti riduce in lacrime per una delusione amorosa o dolorante per la fracassata di botte che, a quanto pare, molti dei suoi “amici” e “amori” le elargivano con appassionante altruismo. Pure lei menava, eh. Distruggeva anche camere d’albergo. E faceva i capricci. Al che, a una certa, tu lettrice ti chiedi se sei al cospetto di un’opera che potrebbe insegnarti ad affrontare il salto nei 40 con armoniosa sicurezza nelle tue doti, affinate da ben 40 anni di pratica. E la riposta è: ma manco per il cazzo niente.

Marina Ripa di Meana ti abbaglia con il suo animo impudico e i suoi eccessi, facendo un po’ la parte del sushi, che o lo odi o lo ami, facendoti arrivare alla conclusione che il salto nella quarantina fosse per lei solo un numero nero su un’inutile foglio bianco, schiacciato nel mezzo di avventure che si susseguono con il rigore cronologico del tempo che passa, e non una tappa di sopraggiunta consapevolezza, come invece ci si aspetterebbe. Amava la bellezza e odiava la noia, e della vita non fece mai una pratica che portava alla perfezione, ma solo un palcoscenico ricco di colpi di scena e personaggi incredibili, che difficilmente qualcuna di noi lettrici potrebbe emulare. Mi sono ritrovata a pensare a quella volta che, a un Festival di Venezia, sono stata a pochi metri da Al Pacino… comunque.

Alcuni critici si sono soffermati sull’analisi di un particolare aspetto della vita di Marina, quello della, diciamo, violenza domestica. Marina lo descrive senza timore e senza il minimo cenno di accusa, come se fosse una componente normale di un rapporto pieno di sentimento come quello amoroso. Non lo giustifica, intendiamoci, ma nemmeno ci si scaglia contro urlando all’oltraggio antifemminista del ruolo della donna, ma semplicemente descrivendone i lati deboli, pavidi, amaramente umani, di quelle persone che usavano la violenza come mezzo di comunicazione. E lei restava accanto a queste persone, difendendosi con una violenza quasi analoga, vittima anch’essa di quei lati del carattere che le persone “normali” raramente accettano a cuor leggero. Dice fin dall’inizio che, delle persone, lei ama solo il pregio della bellezza e della poesia o l’eclatante difetto dell’anima, ritenendo la “via di mezzo” o la quieta indifferenza della noia qualcosa da cui tenersi molto alla larga. E il commento alla sua bellezza, manifesto o nascosto che fosse, valeva per lei quanto la vita stessa: “l’importante era essere desiderata. Uscivo di casa, sentivo l’aria che mi accarezzava il volto, andavo tra la gente quasi con impeto ed era la vita stessa che mi veniva incontro”.

Mi secca non ricavare una morale da quello che noi GrrrBlogger leggiamo o guardiamo, per cui, ragazze mie, beccatevi l’angolino della cattedra. Salgo, appoggio la mia borsa, e guardo tutta la classe con un sorriso beffardo. E poi dichiaro “buttate i libri e uscite a vivere. Probabilmente prenderete una sfracassata di botte, ma non lasciatevi mai dominare da nessuno. Dite la vostra. Vivete da regine anche se avete il conto in banca di una piccola fiammiferaia e fate sesso con maschi e femmine, così, a caso, che tutti abbiamo un cuore”. Poi pregherei di non riferire il discorso ai genitori o al preside, altrimenti finisco in un guaio.

Giulia

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