July 6, 2020

Categoria: Recensioni

Tempo di lettura: 4 min.

Tanti ma tanti anni fa.
E il sesto giorno Dio creò l’uomo. Una personcina a modo, perennemente grata dei regali che il buon Dio gli fece sottoforma di universo infinito, e che partorì (con dolore, ma senza lamentele) una stirpe rigogliosa di integerrimi figli di Dio. Quante lodi cantavano al Signore i suoi figli? Tante. Quanta gioia spargevano nell’universo? Tanta. Pure troppa. Nessun intoppo, nessuno screzio, nessun reclamo. Ad una certa, l’Onnipotente sbuffò. “Pusibol che sucet mai negot che de sota?” (Lui ama parlare in dialetto bresciano quando è scontento). E fu così che resettò tutto. E formò il secondo prototipo di uomo col fango della terra, gli insufflò nelle narici un alito di vita e questo divenne anima vivente e lamentosa. Quindi, schiacciò un pisolino soddisfatto nonostante il baccano proveniente da un angolo del giardino dell’Eden. L’angolo del melo.

Giorni nostri.
Fidatevi di me. Se voi non vi lamentate di qualcosa, qualunque essa sia, non appartenete alla razza umana. Non siete stati creati da Dio, ma, boh, da… mmm, da Belzebù? Il che suonerebbe persino come un controsenso, ma se ci pensate con un minimo di coscienza e conoscenza storica, converrete con me che l’uomo eccelle nel lamento e che la summa di tale eccellenza si riassume nel detto “si stava meglio quando si stava peggio”, che egli si tramanda di generazione in generazione, di tragedia in tragedia, dimenticando SEMPRE che, prima delle condizioni a lui contemporanee, ce ne sono state altre ben peggiori e con meno risorse mediche e tecnologiche a disposizione. E prima che vi lamentiate, aggiungo che non intendo dire che la lamentela umana sia sterile, tutt’altro, ma che sia proprio la spinta costruttiva del malcontento a regalare al mondo i migliori post di Facebook. Scusate. Errore di battitura. Dicevo… se la domanda riesce a far nascere l’offerta, possiamo tranquillamente dire che la tragedia popolare costituisce la miccia che incendia animi e accende menti e che, di conseguenza, regala capolavori artistici.

A proposito di micce. Vorrei disinnescare la frustrazione che la lettura di questo excursus del lamento potrebbe facilmente creare, ricordando che una volta non avevano la tivù, ma un sacco di marmo, pennelli, olio, tele e guerra. Capite? Una volta o facevi l’inventore o il ladro o il prete o il soldato o l’artista o il nobile, non c’era questa gran scelta lavorativa, per cui, se una volta si scocciavano, nel giro di una settimana facevano nascere un’avanguardia. E noi, che al massimo andiamo a lamentarci da Barbara d’Urso, dobbiamo farcene una ragione, invece di dire che “si stava meglio quando si stava peggio”.

Ci tengo a iniziare dicendo che ci sono lamenti e lamenti. L’espressionismo, per esempio, era una lamentela a 360°, un po’ affine a quella del “governo ladro”. Senti il prurito del malcontento, ma non sai esattamente contro chi inveire, e allora te ne esci col governo ladro. Gli espressionisti uguale uguale: dopo la Rivoluzione Industriale e l’epifania del capitalismo, l’Europa inizia a fare i conti col cambiamento dovuto all’urbanizzazione, alla crisi dell’economia agricola, alla famosa “modernizzazione”, e alcuni eminenti esponenti di arte, cinema, letteratura e teatro decidono di fare tutto al contrario per protesta. Vanno di moda gli Impressionisti? E noi facciamo gli Espressionisti. Quelli dipingono “il fuori”?! E noi allora dipingiamo il “dentro”! Non conta il soggetto ritratto, conta quello che sente l’artista, va bene?! Ma dico io, chi fa tutto il lavoro, io o la natura morta qui davanti??

Inutile dire che da qui va tutto a patrasso. I magnifici classici rinascimentali vengono schiacciati da un’arte novecentesca dove il bello viene identifcato col girasole di Van Gogh. Addio alla manifattura. Se volevano rompere i maroni, ci sono riusciti perfettamente.

Il Dadaismo ci va giù ancora più pesante, ma ha un validissimo motivo. Nasce in Svizzera (terra neutrale) al tempo della Prima Guerra Mondiale e rappresenta l’anticamera dell’arte concettuale, che molla l’arte come ritratto di uomo e natura (o dei tormenti interiori dell’Espressionismo) per diventare nient’altro che arte. Cos’è? Mah. Una roba fine a sé stessa. I dadaisti si mettono a “montare” tra loro materiali mai usati in pittura e finiscono per fare degli artistici macelli, sganciati da qualsivoglia regola o proporzione. Tip al fight club, avete presente? L’unica regola del fitgh club è che non ci sono regole. E l’unica regola del dadaismo è che non ci sono regole, ma solo un’arte intrisa di casuale e provvisorio. Mmmm. Ma tu pensa. Casuale e provvisorio come… le vittime della guerra? Come le perdite inutili e insensate che dilaniavano le famiglie di quei tempi? Il suo principale fondatore, Tristan Tzara, disse anni dopo che “… eravamo risolutamente contro la guerra, senza però cadere nelle facili pieghe del pacifismo utopistico… il disgusto si applicava a tutte le forme della civilizzazione cosiddetta moderna, alle sue stesse basi, alla logica, al linguaggio, e la rivolta assumeva dei modi in cui il grottesco e l’assurdo superavano di gran lunga i valori estetici”.

Il figlio celebre del Dadaismo prende il nome di Surrealismo e trova tra le sue file, senza offesa per i celebri dadaisti, pittori del calibro di Dalì (vi aiuto, “quello degli orologi sciolti”), Mirò (“quello degli scarabocchi”) e Magritte (“quello che copriva le facce”). C’hanno preso gusto a dipingere il loro lamento, eh? Loro s’ingrugnano sempre per la sbandierata e allegra potenza scientifica di quel periodo del primo dopoguerra, di quel puzzo borghese che pretende di vivere nella sicurezza della potenza militare. Riprendendo le basi di quello che fu il Simbolismo, ovvero un rifiuto della risposta empirica, sceglie di ritrarre il poetico insondabile umano: nel caso del Simbolismo, la coscienza umana tanto cara ai filosofi (questi umanisti. Sempre addosso ai matematici), e nel caso del Surrealismo, la potenza inespressa dell’inconscio umano, quello strato di pulsante irrazionale in cui, secondo Freud, si potevano trovare risposte ai principali interrogativi umani. “L’interpretazione dei sogni” del buon vecchio Sigmund fu infatti una sorta di guida per il principale teorico Breton, che disse: “Oh. Ma qui mai nessuno ha pensato all’inconscio?? Ai sogni? Al turbamento interiore?? Da oggi in poi ci pensiamo noi, che siamo i… nuovi simbolisti! No, quelli son partiti per la tangente filosofica. I sognatori! No, così ci prendono per il culo. I surrealisti!”

Nelle fucine surrealiste si formò anche quell’artista che tutti identificano con il movimento di cui fece propriamente parte: Picasso e il Cubismo. C’era anche Braque, eh? Perché lui non se lo ricorda nessuno?? E, badate bene, anche Cézanne, Dalì (ma lui lo piazziamo senza indugio nel Surrealismo) e molti altri di cui non parliamo in questa sede poiché non propriamente dei lamentosi. Loro erano ancora artisti alla vecchia maniera, che intendevano, con la forza del loro “maltrattamento alle forme”, trovare un modo diverso di mettere in scena l’oggetto delle loro opere. Al massimo l’unico loro lamento poteva essere quello riguardo alla successiva riconoscibilità dell’oggetto: “Si, è un uomo. Non si capisce? No?? Non me ne frega. Sto analizzando”.

Se pensavate che questo pezzo parlasse dei lamentosi Illuminati (da quando sei arrivato tu, caro il mio Dan Brown, si è sparsa la confusione sui massimi sistemi artistici) sappiate che sto parlando di lamento contro il periodo storico, non contro la Chiesa e la sua campagna di terrapiattismo pro-divino. Peraltro, avete presente le meraviglie classiche prodotte da quelli che Dan avrebbe definito illuminati? Su, guardatevi Angeli e Demoni che ne riparliamo alla prossima recensione artistica.

Giulia

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