December 10, 2021

Categoria: Recensioni

Tempo di lettura: 1 min.

Questa settimana la rubrica è dedicata a Il potere del cane, ultimissimo e premiatissimo film della regista neozelandese Jane Campion, che al Festival del cinema di Venezia si è portata a casa il Leone d’argento – Premio speciale per la regia.

Il film è ambientato nel Montana del 1924 tra mandrie di bovini e perfidi e sadici bovari che non hanno niente di meglio da fare che tormentare adorabili neo mogliettine. Phil (Benedict Cumberbatch, il nostro adoratissimo ex Sherlock Holmes seriale e ora Doctor Strange per la Marvel) è un uomo indurito che gestisce insieme al fratello George (Jesse Plemons) un ranch. Mentre lui vorrebbe rimanere tenacemente attaccato al passato, continuando la vita solitaria condotta fino ad allora, il fratello lo sorprende sposando una dolce vedova (Kirsten Dunst) con un figlio già grande: Peter. Da quel momento, il diabolico Phil inizia a “torturare” psicologicamente la sfortunata cognata inducendola all’alcolismo. Questo è un film di grandi spazi, campi lunghi e di dialoghi che spesso si riducono a pochi scambi di battute. L’azione è come sospesa e si dipana lenta tra silenzi, piccoli gesti e sguardi.

Il potere del cane (da un versetto della bibbia che si svela solo alla fine), parla di maschilismo tossico e sbandierato e di un magnifico cattivo, in realtà tormentato, capace di rendere letale un motivetto fischiato a fior di labbra. E’ anche un western che narra la fine di quell’epoca mitizzata, ma ancora presente. Se non vi spaventano i film un po’ lunghi e che non hanno proprio un ritmo adrenalitico, magari con le imminenti festività potete recuperarlo su Netflix e godervi Benedict Cumberbatch nelle vesti di rude cowboy, che è sempre un bel vedere.

Marysun

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