April 13, 2022

Categoria: Recensioni

Tempo di lettura: 3 min.

Sabato scorso mi stavo mangiando una mole distopica di zucchine grigliate in famiglia, quando mia mamma disse con tono solenne: “Giulia, ieri è arrivato un pacco per te”. Un pacco? Tipo un pacco bomba? No, era un delizioso parallelepipedo di cartone che conteneva ben due thriller, il mio genere preferito, uno di Jeffery Deaver e l’altro di Paula Hawkins, la penna di La ragazza del treno. Ho scelto di leggere per prima Paula, con la quale avevo un risentimento. Non avevo letto La ragazza del treno, ma ero andata al cinema a vedermi la trasposizione cinematografica. Alla terza scena aveva beccato l’assassino, e sono andata di sbuffi di anidride carbonica per un’ora e mezza abbondante (pensate a quelli che erano in sala con me). Mi sono chiesta ovviamente se anche alla terza pagina del libro si capisse chi era il colpevole, e rimasi con quell’atroce dubbio. La notte riuscivo comunque a dormire, eh, ma nel profondo…

Il pacco mi ha dato quindi l’occasione di scoprire se Paula Hawkins ti fa ingrippare i neuroni a forza di pensieri omicidi, oppure tani il colpevole quando hai finito di leggere il titolo (con i libri di Dan Brown capita), con l’ultima uscita Un fuoco che brucia lento.

TRAMA CHE CI PROVI A NON SPOILERARE

Miriam, una poco piacente signora sui cinquant’anni che vive su una barca, nota che il suo vicino fluviale sta restando più del previsto in una zona che andava cortesemente liberata dopo due settimane. Scopre che non è un maleducato, ma un cadavere. Parte quindi la caccia all’autore di quel crimine, tirando in ballo, come di consueto, testimoni veri o presunti, reticenti o esuberanti (che va bene che meglio abbondare che deficere, ma in un’indagine di polizia…) che intrecciano episodi particolari della loro vita all’improvvisa morte del giovane Daniel…

FINE TRAMA CHE CI PROVI A NON SPOILERARE

Appena ribalto il libro, la quarta di copertina mi rivela l’illustre opinione del New York Times: Solo un indovino potrebbe prevedere il finale. Ma che mi hanno sentito?! Chiedendo mentalmente scusa all’autrice, mi tuffo nella storia e la termino nel giro di un pomeriggio. Credo che ci abbia messo più tempo il mio intestino a digerire le zucchine grigliate… e resto felicemente colpita da una narrazione in terza persona che preferisce mostrare e motivare il dolore dei suoi diversi personaggi piuttosto che le loro azioni nel raggio del crimine, quasi come se l’autrice avesse approfittato della morte di un povero ragazzo solo per parlare di tutti quelli che gli orbitavano attorno. Un po’ come quando hai un vicino di casa da copertina e ti inventi che hai finito il sale solo per andare a parlargli (e cercare di individuare presenze femminili dallo spazio che si forma tra il suo corpo e la porta aperta). Daniel Sutherland fa il sale.

Ne esce un intricato ritratto di vendetta, dipinto a mille mani da personaggi che si colpevolizzano a vicenda delle proprie vite infelici, e, alla faccia di chi dice che siamo i soli padroni del nostro destino, ti rendi conto che, effettivamente, qui le colpe sono davvero da imputarsi a precisi fatti compiuti da determinate persone, o dal destino. Simbolico il personaggio di Laura, la vittima per eccellenza, colei che, a causa di un incidente, si vede restringere drasticamente gli orizzonti del futuro per pesanti postumi fisici e mentali. Non è colpa mia, continua a ripetere a chi la accusa, e, tragicamente, sta dicendo la pura verità. Non è colpa di nessuno di loro, fino a che viene svelata l’identità dell’assassino di Daniel. E anche in quel frangente…

Se la bontà della scrittura di un thriller si misura dalla fatica del lettore di arrivare al colpevole prima dell’ultimo atto, possiamo dire che questo libro sia proprio buono, decorato, come vi dicevo, da una discreta dose di “menefreghismo” nei confronti del colpevole di quell’atto. Si percepisce chiaramente che la scrittrice non vuole farci sapere a chi appartiene la mano che ha pugnalato Daniel, ce lo dice, certamente, ma vuole informarci di quanto il gioco delle colpe logori tutti i giocatori, dal primo all’ultimo, facendoti quasi pensare che, per assurdo, la sorte migliore sia toccata a quello che ha finito di soffrire con la morte. Un’ultima cosa: credo che il giornalista del New York Times abbia bevuto, o che non abbia mai letto un thriller prima di questo, perché quando arrivi all’epilogo, sei nel punto del libro in cui ti sono state rivelate tutte le colpe dei personaggi e ti rendi conto che, beh, non avrebbe potuto essere che quella persona a brandire il coltello. Semmai sono le porte che sono state aperte sulle vite dei personaggi, a chiudersi in modo inaspettato. Un po’ come quando stai giocando a carte e vince quello pieno ceppo di jolly, che tu ovviamente non vedevi, perché si gioca a carte coperte. E ti viene da dire: ma va?! Avessi avuto io i suoi jolly… eppure, sorpresa! Hai perso.

Laura chiuse gli occhi e si mise comoda sul divano, tirandosi l’accappatoio di Irene sulle ginocchia. «Oh…» mormorò. «Mi sento in paradiso, qui. Ero proprio distrutta… capisce? Vorrei restare qui per sempre.»
«Be’, puoi restare finché vuoi. Puoi anche dormire qui, se ti va» propose Irene. «Posso preparare il letto degli ospiti.»
Laura non rispose, ma replicò, con un sorriso: «Mi sento sempre al sicuro con lei, sa? Sento che qui nessuno può venire a prendermi».
«Nessuno verrà a prenderti, Laura» le confermò Irene. «Perché pensi una cosa del genere?»
«Sì che verranno» replicò Laura, tirando l’accappatoio fino a coprirsi il mento. «Lo faranno, lo fanno sempre.»

Giulia

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