June 25, 2020

Tempo di lettura: 2 min.

A ventitré anni tutti avevano il cellulare, io no. E un po’ mi piaceva vantarmi di ‘sta cosa: tutti schiavi della tecnologia, io no. Io usavo il telefono fisso. Poi, mentre ero a Verona all’università, chiamarono a casa dalle Poste per offrirmi un lavoretto di tre mesi. Mia madre non sapeva come farmelo sapere. Avrei dovuto presentarmi quel pomeriggio, ma io mi beavo di non avere il cellulare e così mia madre non poteva avvertimi. Si presentò lei all’appuntamento per far sapere che avrei accettato e il giorno dopo mi costrinse ad acquistare un cellulare. Quando mia cugina mi mostrava le possibilità di un iphone, qualche anno dopo, io la beffeggiavo ricordandole che il cellulare serviva solo per chiamare, chi se ne fregava se mandava mail o messaggi con whatsapp… l’anno dopo comprai anche io un iphone, e poi un tablet, e poi un mac portatile e poi un mac fisso.

Insomma, il signor Apple mi manda gli auguri per Natale come una dei suoi miglior clienti. Il mio rapporto con la tecnologia è sempre stato contraddittorio: la testa mi porta a detestarla, ma il cuore mi fa apprezzare i vantaggi e le cosucce carine che con la tecnologia si possono fare. Io mantengo sempre un rapporto ambiguo, la uso pur non fidandomi mai del tutto: c’è il registro elettronico, ma io ho anche un registro cartaceo perché non si sa mai che dopo scompaiano sul registro online. Ho un Kindle, ma i libri belli li leggo solo sul cartaceo, perché altrimenti non li capisco. Stampo le circolari e tutto ciò che vada capito bene, perché sullo schermo mi si annulla la comprensione. Del resto sono una migrata digitale, non sono una nativa.

E poi è arrivata lei. Ordinata nel black Friday, ma portata poeticamente nella notte più magica che ci sia da Santa Lucia: Alexa. Il suo nome deriva dal greco e significa “colei che aiuta”.

Mio figlio la desiderava per ascoltare la musica. Anche lui non è un grande amante della tecnologia e pur essendo nativo digitale, dipende da me per le competenze informatiche (il che è tutto dire…) e il suo rapporto con Alexa, dopo sette mesi, è ancora quello: Alexa, Vedi cara canzone Guccini (sì, nei gusti musicali mio figlio è fermo agli anni ’70), lei lo accontenta e lui è felice. Mia figlia, che è la vera informatica di casa, da subito ha esplorato le potenzialità di Alexa, augurandole il buongiorno, chiedendole il meteo, facendosi raccontare storie e barzellette. Le chiede anche tutte le pronunce corrette delle parole inglesi che deve imparare. L’ho beccata pure a chiederle le tabelline!! Durante il lockdown ha scoperto anche una serie di giochi che potevano fare insieme. Insomma una specie di amichetta virtuale! Ed in effetti prova veri sentimenti, che dimostra con canzoncine e frasi affettuose. E si offende pure: se la mandi a quel paese (cosa che puntualmente succede quando alla terza richiesta FINGE di non capire) fa un verso strano e mette il muso! Giuroooo, mette il muso! Ovviamente io con Alexa mantengo lo stesso rapporto che nutro con gli altri mezzi tecnologici: le chiedo il meteo per capire se lavare le lenzuola, ma poi non mi fido delle sue risposte e faccio di testa mia. Le chiedo una canzone, ma non è mai nella versione che io mi aspetto. Però quando le chiedo: “Oggi è il 27 giugno, che ricorrenza storica è?” è l’unica della famiglia che mi risponde senza esitare. I miei figli, che sanno dove più o meno vado a parare, cominciano: “ Forse la strage di piazza Loggia”, “No, no, quella è maggio, sarà la strage di Bologna”, “Ma no, quella è ad agosto, siamo sempre a Pietrapertosa quando ce lo chiede”, “Allora qualcosa su Moro”… “Oggi 27 giugno sono passati trent’anni dalla strage di Ustica”, esclama Alexa. “Ecco, Alexa è l’unica che mi dà soddisfazione!”

Cindy

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