March 9, 2020

Categoria: Recensioni

Tempo di lettura: 1 min.

Lo shining, l’aura, la luccicanza o, dulcis in fundo, la precognizione (per gli scienziati che sono in voi). Se siete cresciuti negli anni 80’ o anche prima, certamente nei vostri ricordi di fanciulli, anzi, nei vostri più spaventosi incubi di ingenui fringuelli avete le immagini che il nostro mai troppo rimpianto Stanley Kubrick impresse nella nostra retina. Data la celebrità del film e del regista, sicuramente, a quest’ora, non vi può essere sfuggito che l’origine di tutti i nostri traumi presenti e passati è quel “guascone” di Stefano Re, in arte Stephen King. Il libro che lui voleva chiamare lo shining (bravo editore per l’intervento) risale al 1977, ma ancora oggi, vi assicuro io che sto avendo il piacere di recensirlo, ci invia consistenti brividi.

La trama è presto detta, una famigliola americana composta da mamma Wendy, papà Jack Torrence e il figlio di 5 anni Danny deve trascorrere molti lunghi mesi invernali in un hotel del Colorado dove si sono svolti misteriosi incidenti e morti. Jack è uno scrittore (ma guarda un po’, in crisi) e vorrebbe approfittare dell’isolamento invernale per portare a termine una commedia, ma a poco a poco la tenebrosa magia oscura che permea l’hotel influirà anche su di lui, fino a portarlo alle estreme conseguenze.

Shining è frutto di quel periodo d’oro in cui il giovane e ambizioso scrittore del Maine (che ricorrerà a più non posso nei suoi romanzi, rendendo questa parola sinonimo di “vattene a gambe levate”) ci partorì prima Carrie, sua opera d’esordio, poi suddetto Shining e, a seguire, l’Ombra dello scorpione. E hai detto poco eh? Sicuramente non sarò la prima ad aver notato l’uso della figura dello scrittore (altro topos dei suoi libri) che “sbarella” e affronta situazioni “ai confini della realtà”. Con uno stile fresco, ma anche molto descrittivo, King ci tratteggia l’inevitabile sprofondare nella follia di Jack Torrance, sempre più confuso da terrificanti apparizioni e avvenimenti sinistri, fino a mettersi dritto sull’autostrada della pazzia. A farne le spese, non credo sia uno spoiler, sarà la sua famiglia in cui si distingue il figlio Danny, dotato appunto dello “shining”. Sapete quella sensazione di presentimento che vi coglie talvolta? Bene, il suo è all’ennesima potenza e gli consente di leggere i pensieri delle persone, di avere premonizioni, di avvertire anche i sentimenti di chi gli sta intorno. Insomma un pesante fardello per un bimbo di soli 5 anni che non è propriamente in grado di leggere, ma in realtà lo fa meglio di tutti.

Amiche grrr non chiedetemi cosa sogni o sognasse il nostro beneamato Stefano Re per partorire tutto questo, perché non saprei proprio dirlo, al massimo vi posso consigliare On Writing del medesimo, per avere alcune indicazioni sul mestiere di scrivere. A ogni modo, dal mio umile cantuccio di provincia ora recintato come la restante regione, vi dico che a parer mio Shining è uno dei suoi grandi capolavori, al pari di Carrie, l’Ombra dello Scorpione, It, La zona morta, L’incendiaria e la saga della Torre Nera. So anche di scontentare tanti fans del medesimo che sicuramente sarebbero disposti a contendere in uno scontro di lotta greco romana nel fango il giudizio sul primato tra le sue opere. Ammetto di non averle lette tutte, ma sto rimediando, sappiatelo, quindi per ora fidatevi del mio giudizio e, complice le recenti misure per il controllo del contagio, approfittatene per leggere Shining. Mi ringrazierete.

Marysun

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